Visualizzazione post con etichetta evasione cinematografica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta evasione cinematografica. Mostra tutti i post

mercoledì 2 gennaio 2013

Breakfast at Ikea. Or: Holly Goligthly moves.

 
"I don't want to own anything until I find a place where me and things go together.
I'm not sure where that is but I know what it is like. It's like Tiffany's."


Questo pomeriggio ho rivisto per la terza volta Colazione da Tiffany. 
Ironico il fatto che proprio oggi, nonostante capissi la metà dei dialoghi della versione in inglese e che lo guardassi distrattamente mentre caricavo delle foto su FB, per la prima volta io abbia fatto caso a quanto il personaggio di Holly Goligthly mi rappresenti e quanto le sue parole parlino di me.

Anche io mi sono sempre sentita, come la sperduta protagonista di questo film, "a wild thing". "I dont belong to nobody and nobody belong to me" dice Holly e parafrasando un'altra battuta "I don't belong to anywhere".
Ed io, come lei, non ho mai trovato qualcosa, qualcuno o qualche luogo in cui riconoscermi, che sentissi totalmente mio e a cui sentissi di appartenere.
Nel film Holly, dopo un anno dal trasloco ha ancora l'appartamento semivuoto e tutte le sue cose chiuse negli scatoloni, ed io come lei, da quando sono tornata qui, ho evitato il più a lungo possibile di comprarmi un'auto, cercarmi una casa e anche uscire con ragazzi "locali".  Spaventata dall'idea di fermarmi e rimanere incollata qui.  Terrorizzata dall'idea che qualcosa di quello che stessi facendo potesse essere "per sempre". Convinta che la mia permanenza qui fosse solo temporanea.

Continuo a pensarlo.
Nella mia testa continuo a ripermi che niente di quello che sto facendo è definitivo. Continuo a immaginarmi o a sperare in qualcosa o qualcuno che mi faccia un giorno ripartire, ricominciare o proseguire la mia ricerca. 
Perchè continuo a credere che la mia vita non sia qui. Perchè spesso sento che quella che sto vivendo non è la vita che ho scelto: non il lavoro, non la città, non gli svaghi, a volte nemmeno gli affetti. Come se fosse la vita di qualcun altro.
Quando mi domando perchè resto qui spesso la risposta è: perchè al momento non ho di meglio da fare o dove andare. 
Ma questa scelta in negativo, questo scegliere di non andarsene, non è pur sempre una scelta?
Non sto forse solo negando a me stessa, che, se anche la mia vita sembra non appartenermi, io forse comincio ad appartenere a lei? Che nonostante io faccia di tutto per non mettere radici, la terra di questo luogo ha piano piano ricoperto i miei piedi?

"La vita é quello che ti succede mentre sei impegnato a fare altre progetti" dice una delle più celebri frasi di John Lennon.
E così credo sia successo a me: mentre ero impegnata a fare altro, la mia vita ha iniziato a costruirsi a mia insaputa e questo luogo ad agganciarmi con mille invisibili uncini: un lavoro a tempo indeterminato, i corsi di danza che non voglio lasciare, la ripresa degli allenamenti con la vecchia squadra di nuoto, i rinnovati rapporti con la mia famiglia, qualche nuova amicizia e un locale di cui sono diventata un'abituée.
E senza rendermene conto ho finito per comprare un'auto tutta mia, ridurre le mie fughe in treno a Mantova (dove vivevo una vita parallela) e scegliere i mobili per la mia nuova casa.

Alla fine del film, Holly capisce che non può, e forse non vuole, più scappare. Si arrende all'idea di non poter più essere quella "poor slob", che non appartiene a nessuno e non possiede niente. Allora corre in strada sotto la pioggia a cercare il suo randagio e anonimo alter ego felino, finalmente pronta a dargli un nome e una casa.

Io non sono Audrey Hepburn, non vivo a New York e non indosso elegantissimi tubini.
Lei ha deciso di adottare un gatto,  io mi sono fatta la carta fedeltà di una multinazionale dell'arredamento.
Holly Golightly faceva colazione da Tiffany, io prendo il caffé all'Ikea.

giovedì 12 giugno 2008

Le ragazze sono tornate

Ieri sera finalemente sono andata al cinema a vedere il film di Sex and The City. Non ho messo i tacchi alti e nemmeno il mio vestito migliore, ma ci sono andata con le due persone con cui ho condiviso questa dipendenza mediatica Gabri e la Meris.

Chiaramente, come ci aspettavamo,il film è stato decisamente meno bello del telefilm, ma non posso dire che mi abbia deluso perchè del resto sono andata lì già sapendo che darebbe stata una commediola del cacchio assolutmente non all'altezza.
Del resto anche le ultime puntate della serie si erano ormai pienamente avviate verso il romanticismo, il clichè "amore-sentimento-redenzione-maturità-felicità", tant'è che aveva finito per contraddire tutto il messaggio che sembrava voler lanciare inizialmente, cioè che le donne possono avere aspirazioni diverse da marito-figli-casa, che non è necessario sposarsi per forza, ecc. ecc. ecc..
Beh insomma, alla fine sembra che tutte le protagoniste, (salvo la mitica Samantha che alla fine torna ad essere la rampante single mangiauomini di sempre) sognino quello che sogna la yuppie-tradizionalista-donna-delle-pubblicità-anni-50 Charlotte, solo che lo danno meno a vedere.
Con questo non voglio bandire l'amore e il romanticismo (io per prima mi sono commossa ben due volte, a dimostrare che in fondo in fondo le favole col principe azzurro sono radicate in me più di quanto io non voglia), dico solo che col passare delle puntate e con il "maturare" delle protagoniste, SATC ha perso un po' di quella spregiudicatezza e irriverenza che lo contraddistinguevano e che lo hanno portato al successo.

Anche la trama, limitata ovviamente dal fatto che ormai le quattro sono tutte accoppiate e non vanno più a caccia dell'anima gemella, è alquanto scarna, insomma non si capisce come in più di due ore di film, riescano a succedere così poche cose e ci siano così poche situazioni comiche e battute spiritose, tuttavia, fra un cambio d'abito e l'altro il film scorre vi abbastanza facilmente, e chi come me guardava la serie in buona parte anche per vedere gli outfit di Carrie e delle ragazze, ha di che consumarsi gli occhi.
Effettivamente, se un merito si può dare al film è quello di far venire, in quelle (o quelli) sensibili a questo aspetto, una gran voglia di shopping, cosa che non è affatto un bene se non si hanno a disposizione portafogli stragonfi. Perchè diciamoci la verità, anche se la catena svedese ci piace da morire, tornare a casa con una misera bustina di H&M di Bologna e un paio di ballerine comprate alla montagnola, non fa lo stesso effetto che uscire da un negozio di Manolo Blanhik del centro di N.Y.

Dopo tutte queste critiche, verrebbe da chiedersi come mai allora persone che (come me) dicono di detestare le commediole glassate di romanticismo da blockbuster holliwoodiano, si siano fiondate al cinema appena uscito questo film, mentre si sono perse film come Into the wild, Gomorra o il Divo. No non è per ipocrisia.
Il fatto è che, oltre ad essere un telefilm intelligente, ironico, "glamourous" SATC ha un forte potere di fidelizzazione, insomma, dopo avere seguito le vicende di queste quattre donne, avere memorizzato i loro modi di dire, imparato quali sono le loro ossessioni e tic, i loro pregi e i loro difetti, ti sembra di conoscerle personalmente, insomma, mai come in Sex & the City, funziona la magica illusione di quella che i mass mediologi chiamano l'"intimità despazializzata".
E il piacere, andando al cinema o sentendo il trailer alla tv che ti dice "le ragazze sono tornate", è lo stesso che si prova a rivedere delle amiche dopo lungo tempo.